Dal potenziale alla realtà: RINA e l’innovazione che diventa sistema

Intervista a Marco Luccioli di RINA - Future Week Firenze

Durante la prima edizione di Future Week Firenze, lo scorso 16 aprile 2026, il talk-intervista “RINA: innovazione, fiducia e sicurezza per i sistemi che trasformano il territorio” ha offerto l’occasione per raccontare l’evoluzione del gruppo multinazionale attraverso la voce di Marco Luccioli, Rome Open Innovation Hub Executive Director.

Dall’identità storica legata alla certificazione alla crescita come gruppo globale attivo in consulenza ingegneristica, digitalizzazione, cybersecurity, sostenibilità e open innovation, l’intervista ha messo al centro il ruolo di RINA come abilitatore dei processi di trasformazione. Un ruolo che passa dagli Open Innovation Hub, dal dialogo con startup, imprese e università, dal venture clienting e dalla capacità di costruire fiducia attorno alle tecnologie emergenti, a partire dall’intelligenza artificiale.

RINA è un nome che tutti associano alla certificazione. Ma oggi siete qualcosa di molto diverso: 70 paesi, 7.000 persone, Open Innovation Hub nel mondo. Come è avvenuta questa evoluzione e cosa l’ha guidata?

Marco Luccioli – Rome Open Innovation Hub Executive Director, RINA

    RINA, nata nel 2000 dal Registro Italiano Navale costituito contemporaneamente al Regno d’Italia, si è trasformata parallelamente al percorso evolutivo del Paese, arrivando a diventare una realtà presente in 70 paesi del mondo con circa 7.000 persone. Rispetto al 1861 – quando era ancora il Registro Italiano Navale – RINA è oggi un gruppo diversificato che abbraccia i mondi della certificazione navale, aziendale e ambientale, e che si occupa di consulenza ingegneristica, digitalizzazione, cybersecurity, energie rinnovabili, decarbonizzazione e molto altro.

    Questa evoluzione è avvenuta a partire dal 2002, grazie all’attuazione di un piano strategico di ridefinizione e rilancio aziendale che aveva l’obiettivo di diversificare il business e aprire l’azienda ai mercati internazionali. RINA, quindi, si è evoluta sia per linee interne, con il supporto di un importante piano di assunzioni che ha portato l’azienda dai circa 500 dipendenti nel 2000 ai quasi 7.000 di oggi, sia per linee esterne, grazie a diversi progetti di M&A finalizzati negli anni.

    Un elemento chiave di questa evoluzione è stato lo sviluppo, in diverse parti del mondo, di Open Innovation Hub: centri che consentono di trasformare progetti di ricerca in attività concrete a disposizione del business e delle comunità locali.

    Oggi vi definite “abilitatori di innovazione”. Cosa significa concretamente? Se un’impresa vi chiama domani, cosa può aspettarsi da RINA?

      Chi si rivolge oggi a noi non deve aspettarsi soltanto la fornitura di servizi ma il supporto di un partner strategico capace di trasformare la complessità tecnologica e normativa in valore concreto per il business.

      Dal punto di vista regolatorio, accompagniamo le aziende non solo nel garantire la conformità a norme, standard e regolamenti ma anche nell’integrare la compliance nei processi. Il nostro approccio, infatti, non lavora per compartimenti stagni: il cliente deve trovare continuità, integrazione e maggiore rapidità nei processi decisionali, attraverso una visione end-to-end.

      Non proponiamo soluzioni preconfezionate ma percorsi di co-innovazione. Non ci limitiamo a validare l’innovazione: contribuiamo a renderla possibile, in modo responsabile e sostenibile. Più che una semplice consulenza, offriamo un vero ecosistema di competenze e soluzioni integrate. In una parola, il cliente deve aspettarsi accesso a un ecosistema.

      Il modello degli Open Innovation Hub è al centro della vostra strategia: Roma, Singapore, Atene e altri in arrivo. Come funzionano questi centri? Cosa succede concretamente quando una startup, un’università e un’impresa si incontrano dentro un vostro Hub?

        Quando un soggetto esterno entra in contatto con uno dei nostri hub, accede immediatamente a un modello di co-sviluppo reso possibile dalla rete di competenze che siamo in grado di attivare, non solo all’interno dei singoli hub ma anche grazie alla loro costante interconnessione. Ciò che un hub non può sviluppare direttamente viene integrato dalle competenze di un altro, creando così un ecosistema realmente collaborativo e complementare. Concretamente, questo si traduce in un supporto coordinato attraverso un unico team di riferimento, capace di semplificare la comunicazione, accelerare i processi decisionali e garantire maggiore efficacia operativa.

        Avete una rete globale da 5.000 organizzazioni, progetti su idrogeno, AI, spazio. Ma oggi siamo dentro Future Week, in un tour pieno di imprenditori e startup del territorio. Come si traduce una competenza così vasta in valore concreto per un ecosistema locale?

          La competenza non ci limitiamo a erogarla: la organizziamo, la mettiamo in rete e la rendiamo accessibile ai nostri partner, affinché possa rispondere concretamente sia alle loro esigenze sia ai bisogni dei territori in cui operano e si sviluppano.

          Il fatto che RINA sia presente in molteplici settori rappresenta un valore distintivo per qualsiasi ecosistema, perché ci consente di collegare competenze e conoscenze trasversali, individuando le interdipendenze tra ambiti diversi. In questo modo riusciamo ad anticipare rischi e opportunità di sistema, e a supportare processi decisionali basati sui dati e su una visione integrata. Il nostro vero valore aggiunto è proprio la capacità di lettura sistemica. Una competenza come quella di RINA diventa così un fattore abilitante per lo sviluppo: non solo know-how tecnico ma la capacità di mettere il saper fare al servizio di una visione più ampia del territorio e della sua crescita.

          Parlate di venture clienting come acceleratore strategico: adottare soluzioni mature dalle startup anziché sviluppare tutto internamente. È un cambio di mentalità importante per una grande azienda. Come funziona in pratica e quali risultati avete visto?

            Dal venture clienting puntiamo a ottenere benefici misurabili, sia in termini di sviluppo del business sia di coinvolgimento di startup ed ecosistemi innovativi. Se dovessimo sviluppare internamente ogni singolo processo, i tempi sarebbero inevitabilmente molto più lunghi. Attraverso il venture clienting, invece, contiamo di acquisire tempo, accelerando i nostri processi di crescita, apprendimento e sviluppo delle competenze.

            Il valore di questo approccio riguarda anche l’evoluzione interna dell’organizzazione: collaborare con realtà esterne ci permette di apprendere più rapidamente, sperimentare nuove soluzioni e integrare innovazione in modo più efficace rispetto a un percorso sviluppato esclusivamente dall’interno.

            La cybersecurity è uno dei temi su cui RINA ha un presidio forte. Ma quanto sono davvero pronte le imprese italiane, soprattutto le PMI? E cosa rischia chi sottovaluta questo tema?

              Il quadro attuale è strutturalmente fragile, soprattutto per quanto riguarda le PMI e le filiere industriali. I principali indicatori, a partire dal Cyber Index, mostrano infatti livelli ancora inferiori alla soglia di sufficienza: solo una parte limitata delle piccole e medie imprese adotta un approccio strategico e realmente strutturato alla cybersecurity. A questo si aggiunge un tema culturale, perché molte aziende tendono a intervenire solo dopo aver subito una violazione o un incidente. Esiste quindi non solo un problema tecnologico ma anche una fragilità sistemica e organizzativa.

              In questo contesto, RINA può svolgere un ruolo importante insieme ai propri partner, superando la logica della semplice checklist o della mera conformità normativa. L’obiettivo è adottare un approccio integrato ai sistemi complessi, attraverso una misurazione end-to-end della resilienza operativa. Il punto, infatti, non è soltanto verificare quanto un’azienda sia conforme agli standard ma quanto sia realmente in grado di resistere, reagire e continuare a operare di fronte a un attacco cyber. Oggi le imprese italiane sono ancora poco preparate e presentano differenze molto marcate tra settore e settore.

              Come RINA vogliamo proporci come integratori di competenze e soluzioni per rafforzare la resilienza operativa delle organizzazioni, contribuendo non solo alla sicurezza cyber ma anche alla competitività complessiva del sistema Paese.

              RINA ha lanciato la sua prima Call 4 Startup proprio durante la Rome Future Week. Non è un caso: open innovation e connessione di ecosistemi parlano la stessa lingua. Cosa è nato da quell’esperienza e come si collega a quello che state facendo oggi?

                L’esperienza si è rivelata estremamente importante e ci ha permesso di apprendere molto, innanzitutto dal nostro stesso percorso interno e dal confronto continuo tra competenze diverse. Proprio per questo abbiamo scelto volutamente di avvicinarci anche ai processi adottati da altre realtà, industriali e non, aderendo alle loro iniziative per comprendere meglio approcci, metodologie e modelli già più maturi dei nostri.

                Questo confronto ci ha aiutato anche a capire più a fondo le esigenze delle startup, le loro modalità operative e le aspettative che hanno nei confronti dei grandi player industriali. Tutto questo si collega direttamente al nostro fabbisogno di approfondimento della conoscenza: l’obiettivo è sviluppare competenze sempre più solide e trasversali, così da poter offrire servizi sempre più avanzati, approfonditi e ad alto valore aggiunto.

                Il titolo di questa intervista parla di “fiducia”. In un mondo dove tutti parlano di innovazione, certificare la qualità e la sicurezza è forse il servizio più prezioso. Come si tiene insieme la spinta all’innovazione con la garanzia di affidabilità che è nel DNA di RINA?

                  RINA non si vuole porre come innovatore in senso stretto ma come abilitatore dell’innovazione: il nostro ruolo è renderla scalabile, affidabile e concretamente adottabile dal mercato. Innovare, per noi, significa esplorare nuove possibilità e individuare soluzioni che possano realmente funzionare e generare valore.

                  Il contributo di RINA consiste proprio nel trasformare l’innovazione in qualcosa su cui sia possibile investire, costruendo fiducia attorno a tecnologie, processi e modelli emergenti. Facciamo incontrare la spinta verso il futuro con la responsabilità e la credibilità che ci vengono riconosciute dai mercati. In altre parole, lavoriamo per trasformare l’innovazione da potenziale teorico a realtà operativa, aiutandola a ‘decollare’ senza perdere concretezza.

                  Nel mondo della consulenza, l’adozione dell’AI sta riducendo lo spazio per i professionisti “umani”. Come RINA affronterà la sfida di mettere al centro le relazioni e le competenze umane?

                    Dovremmo lavorare affinché l’intelligenza artificiale trovi il proprio ruolo all’interno di sistemi nei quali fiducia, responsabilità e governo dei processi restino saldamente nelle mani delle persone. Le decisioni, in ogni caso, devono continuare a essere umane, pur potendo contare sul supporto delle competenze e delle capacità analitiche dell’AI, che può fornire elementi utili per valutazioni più rapide, informate ed efficaci.

                    La nostra visione è quella di un’intelligenza artificiale come strumento di supporto e abilitazione, non di sostituzione. Per questo vogliamo mantenere al centro le competenze, la cultura e la capacità critica delle persone, mettendo la tecnologia al servizio dell’essere umano e non il contrario.